Il potere dei libri, della letteratura in generale e di tutto quello che ci ruota attorno, è incommensurabile ed è in grado di trasportarci in mondi ed epoche disparate. Provate, però, ad immaginare che esista un libro in cui tutto questo non è solo metaforico, ma reale, che sia in grado di trasportare davvero i suoi lettori in un mondo fantastico, ai confini della realtà e oltre. Curt Pires e David Rubìn ci raccontano questa fantastica storia in The Fiction, nuovo volume Tunué in libreria.

Un grande autore si vede, spesso, nel momento in cui riesce a far immergere totalmente i propri lettori nelle opere che scrive. Pires e Rubìn creano un mondo totalmente immersivo, nel quale il lettore si perde tra i meandri di un particolarissimo storytelling, in una narrazione ellittica, tra le pagine in un misterioso libro nascosto in una cantina polverosa e ritrovato da quattro giovani amici. Il motivo dei “giovani avventurieri” in un mondo fantastico è da sempre molto potente nella narrativa di tutto il mondo, diventando anche un fenomeno crossmediale ai nostri giorni: la mente va indietro ai Goonies, passando per Harry Potter fino al recente Stranger Things. Il mondo creato dai due autori è ciclico, non ha una fine, racconta una storia infinita (e qui il richiamo al film del 1984 di Wolfgang Petersen, ispirato dall’omonimo libro di Michael Ende, è d’obbligo) e potrebbe essere riletto senza mai venire a capo del mistero che si cela al suo interno.

Realizzare una recensione “coerente” di opere di questo genere non è mai semplice. Si tratta di dover racchiudere in poche parole non tanto una narrazione compatta quanto una serie di sensazioni. Si parte dal semplice riferimento di trama, quello appunto dei quattro amici che ritrovano il libro e iniziano a vivere una serie di avventure incredibili in un mondo fantastico, e si arriva ad alcune tematiche fondamentali nella storia della letteratura. Pires e Rubìn affrontano i problemi delle famiglie contemporanee, i segreti che potrebbero compromettere una vita, l’uso di stupefacenti, le passioni adolescenziali e la sempiterna follia, che spesso si affaccia nelle menti dei protagonisti, facendoli oscillare tra momenti di lucida consapevolezza di ciò che stanno vivendo e speranza di perdita nei meandri della loro mente traumatizzata. Ma tutto quello che accade è reale, tutto viene vissuto per davvero e la fantasia – non la follia – è la concreta dimensione nella quale il racconto si svolge.

L’ambientazione onirica e frammentata di The Fiction trasportano il lettore insieme ai protagonisti di questa storia: si finisce rapiti dalla frenesia di colori, dalle drammatiche vicende personali dei protagonisti, del ritorno prepotente e inaspettato del passato. Come si diceva sopra, la narrazione presenta spesso delle omissioni, a mio parere, volute. Ad un certo punto i nostri eroi capiscono che possono plasmare il mondo nel quale stanno vivendo, possono modificarlo a loro piacimento grazie al potere della scrittura. Questo tema è molto affascinante perché espande l’universo narrativo ad una dimensione metatestuale, facendo collidere il mondo della narrazione e il mondo reale, creando un precedente e un filo comune che urla al realismo del volume: lo scrittore può essere artefice del mondo in cui vive, può modificarlo con la sua penna, può plasmarlo. E lo scrittore può essere uno qualsiasi di noi. La storia ritorna dunque a farsi infinita, ma gli autori mettono comunque in guardia dal precipitare nella fantasia sfrenata. Vivere nella sola fantasia, vivere un’esistenza di distacco dal mondo può essere dannoso, anche la bellezza dell’arte può corrompere e farci perdere di vista i valori fondamentali del vivere in una società.

La componente artistica è un valore aggiunto di The Fiction. I disegni di Rubìn e i colori di Michael Garland contribuiscono a creare un’atmosfera coinvolgente e appagante per gli occhi, realizzando i giusti stacchi narrativi tra ciò che è reale e ciò che non lo è, oltre a tratteggiare con assoluta maestria un mondo in continuo divenire (perfettamente rappresentato dallo storytelling frammentato e dall’uso della griglia in modo articolato). In uno stile che non mira al realismo ma all’espressionismo e all’impressionismo, la carta prende vita allo stesso modo delle vite dei protagonisti e il lettore si trova ancora più impregnato delle tinte ora accese, ora cupe, ora brillanti, ora malinconiche, ora asciutte e fredde di un mondo che non esiste, ma che è reale nella sua parabola metaforica infinita. The Fiction è, come quasi tutto nella vita, la doppia faccia di una stessa medaglia, la dicotomica natura umana, di cui la fantasia è la massima espressione proprio grazie al suo infinito potenziale. Una storia infinita, appunto. Se siete amanti di un genere di storia che non deve per forza perdersi in interminabili spiegazioni o in colpi di scena telefonati, The Fiction vi sorprenderà, non si farà afferrare nella sua essenza, ma sarà un interminabile racconto, di cui Pires e Rubìn narrano una specifica parte. Il resto sta ai lettori aggiungerlo. Mentre leggete questo volume Tunué vi consiglio l’ascolto di Black Sabbath del 1970 dell’omonima band di Ozzy Osbourne. E noi ci rileggiamo alla prossima.

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