Io ne ho viste cose che voi fottuti bimbipene non potreste immaginare: fan entusiasti per un capitolo di Star Wars identico a quello della prima trilogia; e ho visto idioti, invasati e urlanti, fare a gara per spoilerare su feisbuc chi è morto nell’ultimo episodio di Game of Thrones. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di… Cazzo è davvero tempo di dirvene quattro!!!”

E beh, come dicevo, ne ho viste davvero tante di cose, cari bimbipene all’ascolto. Chiuso nella mia casetta rassicurante, scruto tutti voi patetici cialtroni internauti, attraverso quella disturbante finestra sul mondo che è lo schermo del mio pc. Di solito tento di tenere chiusa la boccaccia che tanti problemi ha provocato nel corso della mia turbolenta esistenza; ma, ogni tanto, purtroppo, proprio non ce la faccio a starmene zitto e sono costretto a sputare un po’ di merda sulla cazzata o sul cazzone di turno.

A scuotere il mio sistema nervoso, stavolta ci ha pensato il nuovo mirabolante progetto made in Italy, dal titolo “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Per chi non lo sapesse, si tratta di una pellicola supereroistica in salsa italiota che vede come protagonista un (anti)eroe romano, assai distante dal modello proposto negli ultimi anni dalle grandi produzioni cinematografiche americane.  

Se ho visto il film? Certo che no! Lo vedrò e mi auguro sia un gran bel film. Il nostro mercato cinematografico ha davvero bisogno di proporre qualcosa che risvegli l’interesse e che attiri anche un pubblico più giovane, rispetto ai soliti 4 cinepanettoni ammuffiti. Ciò che invece mi ha fatto girare le lame boomerang (visto che siamo in tema mecha) è stata la geniale intuizione - non so ad opera di quale genio del marketing - di sponsorizzare l’imminente uscita del lungometraggio con un fumetto che definire di pessima qualità è una gentilezza d’altri tempi.

Proposto come allegato alla Gazzetta dello Sport, all’ignobile prezzo di € 2,50, Lo chiamavano Jeeg Robot è un fumetto scritto da Roberto Recchioni e disegnato da Giorgio Pontrelli. Una sorta di epilogo del lungometraggio in uscita che – non si sa per quale oscura ragione – spoilera vergognosamente il finale del film. E questo, nonostante sulla seconda di copertina campeggi l’ingannevole scritta NON CI SONO SPOILER. Quale sia il senso di questa brillante operazione, mi è del tutto oscuro. Ma, ciò che posso affermare senza paura di smentita, è che sviscerare il finale del film non è affatto la cosa peggiore che questo fumetto fa.

La cosa peggiore che il fumetto fa, infatti, è quella di incularvi, senza colpo ferire, proprio i suddetti dueeuroecinquanta, senza darvi in cambio nulla che si possa davvero definire un lavoro completo. E non perché le tavole siano di basso livello o i dialoghi scritti male; anzi, nonostante un paio banalità qua e là e qualche refuso di troppo, tutto risulta sufficientemente godibile. Quello che manca, però, è una storia che possa anche lontanamente avvicinarsi al concetto di intrattenimento. Non è che chiedo la luna, eh.

Lo chiamavano Jeeg Robot si presenta esattamente come ciò che è: un albetto promozionale creato per invogliare gli spettatori ad andare al cinema. C’è appena il tempo per presentarti il personaggio principale, mostrarti il contesto in cui la storia si svolge (per modo di dire) e spoilerarti il finale del film che devi ancora vedere. Nell’arco temporale di un minuto e mezzo hai tranquillamente modo di leggere l’albo, tornare a protestare con l’edicolante e maledire ingiustificatamente l’incolpevole Jeeg che tanti minuti di gioia ti ha invece regalato nel corso della tua infanzia. Senza considerare che ti sei pure beccato la cover di Bevilacqua, mentre tu volevi quella di Ortolani. Fortunello.

Ecco, neppure la storia delle quattro cover mi è garbata più di tanto. E non perché non sia positivo poter scegliere tra 4 cover differenti (tutte molto belle, devo ammettere); ma perché – purtroppo – per ogni gruppo di 4 cover variant, nel mondo esiste un ornitorinco decerebrato che le compra TUTTE. Collezionismo, dice lui. Disagio mentale, dico io.

In definitiva, Lo chiamavano Jeeg Robot sarebbe stato un discreto strumento pubblicitario per il film, qualora fosse stato distribuito gratuitamente. Se lo avessi trovato sulla metro, oppure all’entrata del cinema, di certo non mi sarei lamentato e mi sarei fatto andare bene anche la cover di Bevilacqua (che poi, scherzi a parte, non è manco così male..). Magari – perché no - mi avrebbe anche invogliato a vedere il film di prossima uscita. Ma, pagare per il nulla cosmico, per due scambi di battute in stile cazzodurismo acuto e per una cover variant a scelta tra quattro, mi sembra davvero che si rasenti il concetto di dis-onestà intellettuale. 

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