Ho subito apprezzato l’iniziativa editoriale di Panini Comics, intitolata “I Grandi Tesori Marvel”. Si tratta di una collana che racchiude in grandi albi cartonati alcune tra le più belle storie supereroistiche d’autore. Una proposta interessante sia per i vecchi fan che vogliono rigustare vecchie storie in pregevoli edizioni; sia per quelli più giovani che hanno così modo di entrare in contatto con autori, personaggi e racconti che, altrimenti, rischierebbero di perdersi col passare del tempo.

Dottor Strange & Dottor Destino: Trionfo e Tormento è una di esse. Scritta nel 1989 da Roger Stern e splendidamente illustrata da Mike Mignola e Mark Badger, questa graphic novel è un mix di magia ancestrale e ultraterrena, ma connotata – per contro – da emozioni fortemente umane. E’ il confronto morale tra due archetipi all’apparenza opposti, che trovano sorprendentemente numerosi punti di contatto; oltre ad essere un’interessante finestra sul passato di due personaggi davvero straordinari.

La storia inizia con l’anziano Genghis, uno stregone antico come il mondo, che evoca a sé tutti i più potenti maghi del pianeta, al fine di determinare chi meriti il titolo di Stregone Supremo. La prova è assai ardua e gli unici due all’altezza risultano essere proprio il Dottor Strange e il Dottor Destino. Al termine della prova, è Strange a trionfare, ma Destino, quale migliore tra gli sconfitti, ottiene il diritto di chiedere l’aiuto di Strange per qualsiasi cosa desideri. Ma, sorprendentemente, non è di conquista e di potere che Destino ha bisogno stavolta. Victor chiede invece allo Stregone Supremo di accompagnarlo in un viaggio all’Inferno per liberare l’anima della madre, intrappolata da troppo tempo nelle viscere del mondo.

Dottor Strange & Dottor Destino: Trionfo e Tormento, come detto, è davvero un “Tesoro Marvel”. Innanzitutto, lo è per tematica e protagonisti, poi lo è anche per la tecnica narrativa con cui è stato meravigliosamente realizzato. Il viaggio intrapreso da Strange e Destino è infatti l’espediente perfetto per mostrare al lettore, in maniera sottile ma efficace, le analogie tra due personaggi all’apparenza così diversi; e per ricordarci che, a prescindere dalle diversità più superficiali, la natura umana è spesso assai più simile di quanto non possa sembrare.

Il vero protagonista della storia è ovviamente Destino, la cui vera natura viene sapientemente messa in luce, attraverso i numerosi richiami al suo passato e alle ragioni che lo hanno reso l’uomo che è. Si tratta di uno dei personaggi più interessanti in assoluto di tutto l’universo Marvel, dotato di uno spessore e di una profondità assai lontani dai canoni cui la Casa delle Idee ci ha sempre più spesso abituati. Destino, da sempre considerato uno dei villains fondamentali dei fumetti, è invece, in questa storia, quasi un eroe a tutti gli effetti, che trasuda epicità e coraggio da tutti i pori.

Credo che un po’ tutti i fan Marvel di vecchia data, prima o poi, si sono trovati a fare delle riflessioni su questo personaggio e sulle sue singolari caratteristiche etiche. Lo stesso Stan Lee in passato ha avuto più volte occasione di sottolineare come Destino sia, sì, un despota e un tiranno, ma sia anche e al tempo stesso onorevole e nobile; caratteristiche che il suo popolo gli ha infatti sempre riconosciuto. Lui non cerca la conquista per soddisfare la sua sete di potere, ma desidera innanzitutto il benessere della sua gente, oltre che giustizia e pace per il suo popolo. Tutt’altro che un folle sanguinario, Destino è invece un uomo pragmatico, fiero e determinato. Questa storia, in particolare, ne offre un’immagine precisa e fedele, che permette ai lettori vecchi e nuovi di apprezzare con pienezza questo grandioso personaggio.   

Quanto a Strange, la sua presenza nella storia è funzionale alla caratterizzazione di Destino. E’ Strange ad ottenere il titolo di Stregone Supremo, ma il suo contributo alla storia si limita a quello di un personaggio di supporto con una caratterizzazione più che altro secondaria e strumentale. Le diversità rispetto a Destino sono evidenti e marcatissime: umiltà e altruismo si contrappongono a superbia ed egocentrismo, in modo da delineare con precisione e profondità la personalità del monarca di Latveria.

Anche sotto l’aspetto grafico il volume non mancherà di impressionarvi. Tuttavia, se pensate di trovare il Mignola di Hellboy, resterete sorpresi. Lo stile dell’artista statunitense in questo caso è molto lontano da quello che lo reso famoso nel prosieguo della sua carriera. Niente trionfo di inchiostri (anche perché inchiostratura e colori sono di Mark Badger), dunque, con linee assai più sottili e ombreggiature molto meno marcate di quelle che siamo stati abituati ad apprezzare. Eppure, dietro questa evidente diversità stilistica è comunque facile rinvenire il tratto raffinato di un giovane Mignola, in grado già allora di illustrare magnificamente i demoni dell’inferno, proprio come se fosse nato esclusivamente per fare questo.

Concludendo, non posso che esortarvi a leggere questo volume e ad immergervi in una storia intensa e potente in cui due grandi protagonisti tenteranno un’impresa cui solo pochi possono aspirare.

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