Tra le storie di Dylan Dog che adoro ci sono indubbiamente quelle ricche di cliché volutamente inseriti nella trama o con molte citazioni che sanno di esserlo. “Trash Island” ovvero il DYD #328 credo proprio che entrerà tra queste storie.

Dylan si trova su di un isola misteriosamente deserta per indagare sull’altrettanto misteriosa scomparsa di due ragazzi. Insieme a Dylan però ci sono anche altri individui avvezzi al paranormale. La loro presenza sull’isola è necessaria per un semplice motivo: i ragazzi scomparsi hanno contattato i loro familiari tramite apparecchi tecnologici spenti o desueti (un televisore spento, un vecchio telefono cellulare inutilizzato, ecc). Giunti sull’isola (grazie all’aiuto di un capitano di mare quanto mai sui generis) i nostri si trovano a dover affrontare forze apparentemente innocue, che però vengono animate da una strana luce in grado anche di dare vita agli oggetti inanimati.

 

Da questo momento è il tripudio delle citazioni e del trash che culminano (secondo me) con la geniale battuta di un personaggio: “Io odio le citazioni!” (pronunciata dopo la tipica scena da film zombie). Insomma tra morti viventi, strane (ma anche ridicole) magie, azione fine a se stessa e colpi di scena ben congeniati, questo volume regala puro divertimento e leggibilità totale agli amanti dell’indagatore dell’incubo e non solo. Tutti gli appassionati dei film horror avranno assistito alle scene presenti nel volume, ma tutte insieme è difficile trovarle e qui c’è il plauso da fare a Luigi Mignacco: non è facile realizzare una trama solida come la sua, partendo dal presupposto che il lettore schizzinoso potrebbe storcere il naso dinanzi a certi momenti di “già visto”; eppure la forza della storia è tutta in quel richiamare alla mente qualcosa che conosciamo bene, ad un certo punto della storia – la battuta che vi ho citato sopra ne è la prova – appare chiaro che l’intento dell’autore è proprio quello e quindi come non godersi quella raffica di citazioni e situazioni “abituali”?

Ho trovato altrettanto azzeccato il lavoro grafico di Nicola Mari, di solito impiegato per storie meno marcatamente horror. In questo volume mi è sembrato avere uno stile davvero molto pulito, evitando proprio il disegno “facile” ovvero quello banale per questo tipo di storia; avendo campiture più luminose e pochi eccessi di chiaroscuri (tranne dove obbligatoriamente necessario), la storia ne ha risentito in positivo, creando il giusto connubio con la penna dello scrittore. Anche graficamente quindi la storia funziona.

 

In chiusura affronterei la questione dei personaggi introdotti nella storia, malgrado debba esprimere un rammarico. Nelle poche pagine di questo #328, i comprimari hanno quasi eclissato il protagonista (ma non è questo il rammarico) ma direi che è stato usato un giusto espediente: utilizziamo il classico Dylan, quello che fino al prossimo anno non potrà dirci niente di nuovo e circondiamolo di personaggi interessanti e che possano effettivamente dire qualcosa (almeno a livello di trama). La mossa ha funzionato moltissimo, secondo me. Il rammarico sta nel fatto che questi personaggi potremmo non vederli mai più e mi dispiacerebbe moltissimo: avevamo la finta giornalista che fa uso della magia, il medium sognatore che non distingue realtà e finzione e il classico macho ammazza-mostri dal cuore tenero.

Questo quindi mi pare il primo vero volume di quello che potrebbe essere il nuovo Dylan, con una trama consapevole e con un disegno inaspettato. Sperando che la strada verso la vera “nuova vita” di Dylan sia questa, vi invito a sintonizzarvi nuovamente il prossimo mese per una nuova recensione.

PS: quatto contro gli zombie: un uomo di colore,  un uomo anziano, una ragazza e un bianco, non vi ricorda niente? E se dicessi “Left 4…?”

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