Se vi dovesse capitare di entrare al Bar del Fumetto – non dico sul sito, ma nel luogo immaginario che il sito rappresenta – verreste subito investiti dalla coinvolgente aria di festa che si respira. Tra i tavoli, tanti amici rumorosi uniti dalla passione per comics, manga & co. Molti chiacchierano amabilmente, forti delle loro affinità fumettistiche; altri discutono animatamente – certo – ma pur sempre con lo spirito di chi sa bene che certi argomenti vanno presi alla leggera.

Si, perché qui al Bar la regola è una e una sola: si parla di fumetti, ma sempre col sorriso sulle labbra.

Se guardate in fondo alla sala, però, in un angolo buio alla destra del grande bancone in legno, certe sere potete scorgere un losco figuro dall’età indefinita e dai modi un po’ bruschi. L’aspetto poco curato tradisce la poca confidenza nell’interloquire con gli altri, mentre i capelli sul volto e le spesse lenti degli occhiali rendono quasi impossibile scorgerne le espressioni facciali.

Si tratta di Trollo (il nome gli fu affibbiato anni or sono da uno dei proprietari) un cliente affezionato del Bar, noto a tutti per le sue innate capacità di rompicoglioni. Trollo, infatti, frequenta il Bar unicamente per rompere le palle al prossimo. Ti piace Miller? Lui è pronto a ricordarti All Star e Sacro Terrore. Ami Death Note? Il suo celebre - Bimbominkia! – calerebbe sulla tua testa come una scure affilata. Trollo è in grado di prendere sempre la posizione antitetica rispetto alla tua. Non perché la pensi davvero così, ma solo perché adora demolire con ogni mezzo tutto ciò ti piace.

Insomma, Trollo è un gran rompipalle; e noi qui al Bar ne abbiamo fin sopra i capelli dei suoi sproloqui sulla gestione di Snyder su Batman, su “Inferior” Spiderman (lui lo chiama così..) o sulle dieci ragioni per cui nessuno dovrebbe comprare Occhio di Falco di Fraction. Per cui, abbiamo deciso di proporre un accordo al caro Trollo: tu la smetti di molestare i clienti del Bar (Mattia Del Core non è più venuto da quanto Trollo gli ha attaccato una caccola sul suo Paperino Mese luglio ‘84), e noi ti diamo uno spazio – ogni tanto – per esprimere i tuoi riprovevoli giudizi. Nasce da qui “L’angolo di Trollo”, una rubrica che amerete odiare. Uno spaccato dello spaccare le palle agli altri. Oggi Trollo ci parla di The Walking Dead. Vi piace? Peggio per voi.

 

Salve a tutti miei cari bimbiminkia e presunti appassionati del mondo della Nona Arte, questo spazio, intitolato L’Angolo di Trollo, nasce dall’esigenza impellente dei titolari di questo baretto di dare un minimo di spessore a quelle quattro cazzate che vengono solitamente pubblicate su questo inutile blog. Dopo giorni di suppliche reiterate sotto casa mia, la mia ben nota filantropia mi ha spinto ad accettare le incessanti richieste e a dispensare un po’ di saggezza in questo buco dimenticato da Dio (cioè da me).

Per iniziare ho scelto di parlare un po’ di una roba che va tanto di moda per adesso tra voi mentecatti: The Walking Dead. Non dell’evidente calo narrativo della serie regolare targata Image, ma piuttosto di quella sottospecie di tenelovela di quart’ordine che è la serie TV che era buona solo quando se ne occupava quel sant’uomo di Frank Darabont, ovvero nelle prime due stagioni.

Sant’uomo, non tanto perché dalla sua abile mano sono venute fuori sceneggiature del calibro di Le Ali della Libertà e Il Miglio Verde, ma soprattutto perché si è mestamente prestato all’ingrato compito di adattare un comic così atipico ad un formato televisivo generalista. Una scelta che si è rivelata fin qui ottima, visti i dati di ascolto dello show, ma che rischia di condurre ad un disastro delle proporzioni di X-Files, considerato che da quando Darabont ha mollato, la serie è diventata un disastro.

Giusto qualche giorno fa leggevo un’intervista rilasciata a CBR TV dal produttore esecutivo di The Walking Dead, Gale Anne Hurd, in occasione del New York Comic Con. La Hurd ha parlato della quarta stagione della serie, spiegando che “nonostante il successo riscosso finora, tra il team creativo serpeggi la paura di sbagliare qualcosa e di tradire le aspettative dei fan”. E ci credo, cazzo: la serie TV di TWD è una cagata pazzesca!!

The Walking Dead - come si è detto tante volte – è innanzitutto  un fumetto. Ma non un fumetto sugli zombie, quanto piuttosto il racconto di come gli esseri umani fanno fronte a tale minaccia. La storia analizza gli aspetti sociali, comportamentali e psicologici dei protagonisti in un contesto che sarebbe eufemistico definire “estremo”. La trama – sia del fumetto, quanto della serie TV – non lascia spazio alle spiegazioni sulle cause che hanno determinato la diffusione del virus, né tantomeno sembra orientata alla risoluzione del problema e, dunque, alla sopravvivenza del genere umano. Uno dei concetti chiari sin dall’inizio in TWD è, infatti, che non c’è speranza di salvezza per nessuno. Ciò che i protagonisti possono fare è unicamente cercare di sopravvivere e, nel farlo, tentare di conservare quel briciolo di umanità che ancora gli rimane.

Manca quindi un obiettivo concreto e a lungo termine cui la serie miri. Non è previsto un epilogo di qualsiasi tipo, incentrato su un fattore esterno e sconosciuto (la scoperta di una cura, il raggiungimento di un determinato luogo, ecc..), e lo sviluppo del racconto è un susseguirsi di archi narrativi, ognuno col relativo finale. Già questo elemento dovrebbe far comprendere la difficoltà di sviluppare un valido progetto televisivo a lunga scadenza che possa mantenere intatto l’interesse degli spettatori.

Intendiamoci, una formula di questo tipo è perfetta per il pubblico del comic americano, affezionato alla suddivisone in archi narrativi senza la necessità di una trama portante che unisca l’intera storia (non a caso la versione cartacea non ha nulla a che vedere con l’abominio televisivo). Il problema è che lo stesso tipo di approccio non è altrettanto valido per una serie TV. Con questo non voglio dire che lo show trasmesso da AMC sia stato pessimo sin dal principio; anzi, inizialmente TWD se l’è cavata alla grande, grazie proprio alla capacità degli sceneggiatori (leggi: Frank Darabont) di adattare un prodotto pensato per il mercato dei comics USA ad una realtà molto più ampia e generalista. Se poi a questo ci aggiungiamo il fattore novità, la capacità di sfruttare a pieno le inquietanti atmosfere post-apocalittiche e il ritmo forsennato delle prime due stagioni, ecco spiegato il perché la serie TV ha raggiunto i numeri che tutti sappiamo. 

Quello che tutti forse non sanno (o che si sforzano a negare), però, è che TWD ha subito un crollo vertiginoso a livello qualitativo. Sono sotto gli occhi di tutti i raffazzonati sforzi da parte dei nuovi showrunner (Mazzara nella season 3, ed ora Gimple) di estendere la durata dei singoli archi narrativi rispetto al comic, in modo da dare una parvenza di continuità ad una trama che originariamente non la prevederebbe. Basti pensare alla scelta di ampliare il ruolo e la durata di alcuni personaggi (leggi: villains) come Shane e il Governatore (ne è un esempio la puntata soporifera di ieri sera). L’esigenza di sviluppare maggiormente le sottotrame di TWD è figlia della consapevolezza di non poter contare su una trama portante che consenta di suscitare (o meglio resuscitare) nuovamente l’interesse dello spettatore, ogni qual volta questo fisiologicamente si abbassi. Ma non è tutto.

Pensate alla geniale trovata - da parte della produzione - di fare entrare nella prigione un numero indefinito di comparse alla fine della terza stagione: i geniacci si sono assicurati un mucchio di morti anonime da giocarsi durante tutta quarta stagione. Davvero un'idea di merda! 

Uno dei punti di forza del fumetto è infatti la costante dipartita dei personaggi principali, espediente che contribuisce a rendere alla perfezione l'idea alla base di TWD. Al contrario gli autori della versione TV, probabilmente terrorizzati all'idea che i principali fruitori (voi maledettissimi bimbiminkia) non tollererebbero la morte di quelficodiDaryl o della cazzutissima Michonne, insistono col diluire la presenza dei protagonisti, finendo per svilirvi puntata dopo puntata. Trovo stucchevole, ad esempio, l’involuzione caratteriale e psicologica di Rick, trasformato da Walker Texas Ranger a piagnone sociopatico; oppure il repentino quanto ingiustificato ravvedimento di Merle, turnato face manco fosse la WWE.

Insomma, personaggi poco carismatici, per nulla credibili e soprattutto terribilmente scontati. Le dinamiche che gli autori si sforzano di creare vengono fuori banali, ma soprattutto fini a se stesse. Non è un caso se nel corso dei primi cinque episodi di questa quarta stagione non succeda uno STRACAZZO di nulla. Dopo bombardamenti di pubblicità su FOX a tutte le ore del giorno e della notte, le aspettative per il nuovo episodio salgono vertiginosamente, per poi puntualmente essere sostituite da una inconsolabile delusione.

Concludendo, che lo accettiate o meno, TWD sta andando a puttane; ed essere costretti ogni volta, ad assistere a questo scempio subito dopo l’ultima eccezionale puntata di Homeland, non fa che peggiorare ulteriormente il mio giudizio. State calmi, però. Deponete pure forconi e torce infuocate per il momento. Non è certo mia intenzione fare paragoni tra prodotti così eterogenei, ma è innegabile che tanti di noi abbiano ancora davanti agli occhi il mozzafiatante finale di Breaking Bad, una serie che ha fatto scuola negli ultimi anni, grazie proprio alla capacità di coinvolgere lo spettatore dal primo all’ultimo episodio e di mantenere sempre alta l’attenzione di quest’ultimo. Ovvio che poi a guardare quella fogna di TWD ti girino un tantino gli zebedei..

il vostro Trollo

PS: per quei bimibiminkia inutili che volessero complimentarsi con me per la mia infinita conoscenza,  oppure pormi le loro sconate e sciocche domande, possono farlo scrivendo a lapostaditrollo@ilbardelfumetto.com. Se avrò il tempo di insultarvi lo farò senz'altro.  

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