Numero 18 di Devil e i Cavalieri Marvel, secondo numero dopo il rilancio Marvel Now; e devo proprio affermare – sebbene io sia clamorosamente di parte – che si tratta della migliore tra le testate Marvel attualmente in corso di pubblicazione in Italia. Un mensile, quello del Cornetto Rosso, che offre ben tre nuove serie regolari, più una bella storia di appendice dai toni spiccatamente vintage. Innanzitutto, il Daredevil di Mark Waid e Chris Samnee che propone un arco narrativo principalmente incentrato sugli aspetti psicologici del vigilante di Hell’s Kitchen. Quest’ ultimo, recentemente tornato a casa dopo i sanguinosi fatti di Shadowland, sembra rifiutarsi di voler affrontare i fantasmi del passato e tenta (inutilmente) di riprendere il “normale” corso della sua vita. Oltre al vigilante di Hell’s Kitchen, troviamo la serie Punisher War Zone di Rucka/Di Giandomenico nella quale assistiamo al tentativo da parte degli Avengers di fermare la furia omicida di Frank Castle. Infine, secondo capitolo di Thunderbolts nel quale iniziamo a prendere confidenza col nuovo, singolare, gruppo capitanato dal Generale Ross.

Pazzo da Legare (Certifiable) da Daredevil #19  

Ciò che contraddistingue l’arco narrativo di Waid rispetto ai precedenti, è la capacità di quest’ultimo di trattare con assoluta leggerezza le gesta del vigilante di Hell’s Kitchen, nonostante il suo recente passato tormentato. Lo scrittore effettua un deciso cambio di rotta rispetto ai suoi predecessori, accettando e vincendo la sfida di chi dubitava della possibilità di un ritorno alle origini per il Cornetto. Non solo, ma l’autore si diverte a giocare con i lettori, facendogli credere che ci siano degli strascichi psicologici che Matt potrebbe non avere mai superato. 

Ora, visto il passato “cupo” di Daredevil, è naturale per il lettore essere portato a credere che Matt sia nuovamente impazzito e che il nuovo atteggiamento positivo di quest’ultimo fosse solo una grande messinscena architettata per fingere di aver superato i propri traumi. O almeno così si potrebbe pensare.

Si, perché quel furbacchione di Waid ci porta dove decide lui. Crea una storia con delle certezze, solo per il gusto di sgretolare ogni convinzione che si sia formata nella mente del lettore. Poi l’autore tira giù la maschera e ci fa scoprire che la verità è molto più divertente e leggera di quanto la maggior parte di noi si sarebbe potuto aspettare. Waid non ci pensa neppure a tornare sui suoi passi: aveva detto che sarebbe stato un ritorno alle origini per Daredevil; e così è. Senza se e senza ma. Fantastico. Superbo. Adorabile.

Daredevil #19 ricomincia esattamente da dove si era interrotto l’episodio precedente; e cioè nel bel mezzo di una animata conversazione telefonica tra Matt e Foggy. Nel corso della telefonata, Devil parla con Foggy, riflette sulla situazione, combatte, si lancia nel vuoto e, una volta accortosi di non avere il suo fedele manganello, riesce persino a mantenere la calma e a trarsi in salvo (multitasking che manco iphone 5).

Matt teme davvero di essere diventato pazzo e decide dunque di recarsi dall’amico e membro dei Vendicatori, Hank Pym. Ma, durante la visita lo stesso Matt si accorge e di essere stato ingannato e comprende di trovarsi di fronte ad un vecchio/nuovo nemico.

Waid lo aveva detto: con questa serie, avrebbe riportato Daredevil su un piano molto distante rispetto ai precedenti archi narrativi. Una sfida difficile da superare, specialmente quando si tratta di accontentare i lettori più affezionati. Si tratta di un racconto ricco di azione e avventura, ma anche di umorismo old style. Sia la prosa che la struttura narrativa ricalcano quelle del fumetto classico; molto meno articolato e macchinoso, un po’ demenziale e sopra le righe. Uno stile che non può non essere fortemente apprezzato. A questo va aggiunto che i disegni di Chris Samnee sono davvero incredibili. Colpisce in particolare la coerenza tra lo stile narrativo e quello grafico, che ci introduce in racconto vivace e molto divertente. Disarmante è la capacità del disegnatore di rappresentare le emozioni dei protagonisti tramite le espressioni del volto. Ad esempio, il panico sul volto di Matt, convinto di essere preda della propria follia.

Ora c’è un nuovo nemico all’orizzonte; e sembra che Matt abbia tutta l’intenzione di prenderlo a calci nel sedere. Attendiamo gli sviluppi, ma con convinto ottimismo.

Punisher War Zone #2

Dico subito che la serie promette bene, a patto che non si esaurisca tutto in una sfida, a turno, tra Vendicatori e Punitore. Mi piace molto l’idea di Cap e compagni che, stufi delle condotte di Frank, decidono di mettere un punto a questa ormai lunga e sanguinosa vicenda; solo vorrei che si mantenesse l’approccio altamente introspettivo e drammatico che lo stesso Rucka ha mostrato negli episodi precedenti. La mia non è una critica, ma solo un timore (spero infondato).

La scena si apre con l’agente Cole-Alves che, interrogata dalla Vedova Nera (in uno dei suoi più riusciti travestimenti), si rifiuta di collaborare nella ricerca al Punitore. Io adoro questo personaggio. Trovo che Cole-Alves sia la spalla perfetta per Castle, specie quando si trova lontana da lui. Il mio augurio è che la Marvel scelga attentamente la collocazione futura per lei e che la parabola evolutiva intrapresa trovi lo sbocco più pertinente e azzeccato. Nonostante la (gradita) presenza dell’agente Cole, l’episodio è interamente incentrato sulla figura della Vedova Nera, intenta ad attraversare il mondo sulle tracce del Punitore. Dall’Ucraina all’Italia, dalla Francia all’Algeria, la caccia di Natasha assume le connotazioni tipiche dei film di spionaggio, ma con la differenza sostanziale che, in questo caso, la preda è un predatore naturale. L’incontro fra i due personaggi è semplicemente perfetto, sia nella sceneggiatura che nella rappresentazione grafica; e pone delle ottime basi per gli scontri che verranno.



Come accennato, la preoccupazione principale è che War Zone possa risolversi in una mera battaglia uno-contro-uno con i vari Vendicatori che si susseguiranno. In realtà, visto l’approccio mantenuto fino a questo momento da Rucka, mi sento di escludere questa possibilità. L’autore conosce bene i rischi correlati a questo tipo di sceneggiature e sembra perfettamente in grado di mantenere lo scontro in una posizione marginale rispetto alla centralità dei personaggi che compaiono.

Ho letto recensioni americane piuttosto critiche nei confronti dei disegni realizzati da Carmine Di Giandomenico. Le perplessità dei recensori statunitensi si concentrano principalmente sulla presunta difficoltà del disegnatore italiano di raffigurare le scene di lotta e alcune espressioni del viso. Non condivido minimamente questi rilevi; ed anzi, insisto con la mia teoria secondo la quale Di Giandomenico rappresenta nuova linfa vitale per il mercato fumettistico americano, sempre più allineato su stereotipi visti e rivisti. Il tratto deve essere distinguibile e soprattutto adatto alla storia che viene narrata. Non mi interessa affatto che il volto di Cap appaia eccessivamente squadrato nell’ultima vignetta, oppure che ci siano delle piccole imperfezioni anatomiche (che personalmente non ho colto). Ciò che importa, a mio avviso, èl’espressività dei soggetti rappresentati e, come detto, l’originalità del tratto. Il Punitore presentato da Di Giandomenico appare ancor più barbuto e determinato rispetto alla serie precedente. Sa di essere braccato dai Vendicatori, ma continua imperterrito nella sua azione di vendetta e giustizia. Interessanti, infine, gli scambi di sguardi tra Frank e la Vedova Nera durante la lotta. Non c’è odio o competizione tra i due, ma soltanto rispetto reciproco.  

Armati (Weaponized) da Thunderbolts #2

Giustamente, avevo rimandato ogni giudizio su questa storia all’esito dei successivi capitoli, non potendo di certo dare un’opinione attendibile dopo solo poche pagine. Oggi un primo giudizio mi sento di darlo; ed è assolutamente negativo. La storia narrata fino a questo momento è incoerente e noiosa. Non si può pensare di mettere insieme dei personaggi solo perché sono fichi e violenti, ma è necessario dare ai lettori delle motivazioni. Difficile comprendere esattamente cosa Daniel Way abbia in mente di fare. Mancano innanzitutto delle spiegazioni in merito ai motivi che hanno portato questi personaggi ad unirsi in una stessa squadra, così come non si comprende quali possano essere le ragioni per cui personalità del calibro di Castle o Elektra dovrebbero accettare di lavorare insieme. I conti non tornano e la serie non decolla. Se non fosse stato per Iron Man, questa sarebbe certamente la peggiore serie Marvel Now fino a questo momento.



L’unica nota positiva che ho trovato sono i disegni del grande Steve Dillon. Quando sfoglio le pagine di Thunderbolts, non posso non pensare alla geniale run di Dillon su Punisher; anche se qui non è esattamente la stessa cosa. L’artista, infatti, eccellente nelle scene di violenza pura, risulta poco adatto alla rappresentazione di supereroi diciamo “convenzionali” e di personaggi tipicamente aggraziati come Elektra. Resto convinto, nonostante le critiche di molti all’arte di Dillon, che sia proprio lui il vero (unico) punto di forza di questa serie.

Anche questa volta credo di aver detto tutto e vi do appuntamento al mese prossimo per l’analisi del numero 19. Saluti e, mi raccomando, niente paura! ;D

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